Appunti di viaggio

La verità si può nascondere non estinguersi

​“Promettimi che non farai mai il marittimo” mi supplicò anni fa mio padre “il mare è fatto per i pesci, non per gli uomini”.
​“Babbo se tu credi che sia meglio per tutti noi allora vai, noi in qualche modo ce la caveremo” fu il sostegno di mio figlio molti anni dopo.
​Io dovevo svoltare, dovevo dare delle risposte, la crisi economica mi stava strangolando pertanto decisi di partire e tramutare la mia passione nella mia professione, su navi da crociera, lontano da casa per lunghi mesi, proprio come aveva fatto per tanti anni mio padre. Fu così che non mantenni la promessa che gli feci anni prima. Solo adesso posso realmente capire cosa provava quando era lontano da casa durante le feste o quando seppe nel 1980, mentre era al Pireo in Grecia, che c’era stato il terremoto in Campania e che c’erano stati migliaia di morti, in un’epoca dove internet era fantascienza, e le notizie giungevano lente e frammentarie.
​Per un torrese essere un marittimo è un marchio di fabbrica, è come una seconda pelle.
Mi ritrovai così in un mondo tutto nuovo, fatto di scintillii, luci, donne in abiti lunghi e uomini in smoking, ballerine, piano bar, fotografi, serate di gala e serate a tema, danze latino americane e una quantità imprecisabile di persone che mi chiedevano informazioni di ogni tipo; dal cambio di cabina allo sciacquone che non funzionava, e a tutti, ma proprio tutti bisognava, bisogna e bisognerà sempre sorridere, offrire sempre lo “smile factor”, anche se ti manca la famiglia e le tue tradizioni, la tua casa e i tuoi amici.
In cuor mio mi sentivo un pesce fuor d’acqua pur essendo in mezzo agli oceani. Parafrasando Vasco Rossi “Cercavo un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha”.
​Ed alla fine un senso lo trovai.
​Arrivammo in Brasile per una campagna che si preannunciava lunga e faticosa. Si partiva da Santos, dopo una sosta in Uruguay, a Punta dell’Est, si ripartiva per Buenos Aires dove arrivavamo alle nove del mattino per ripartire alle sei del pomeriggio del giorno seguente. Si stava fermi in porto durante la notte ed io avevo l’opportunità, dopo il servizio di cena, di poter uscire, andare in giro a godermi la città di notte, andare a cena e perché no uscire anche il giorno dopo.
L’umida notte dell’estate sudamericana era pronta ad accogliermi e Buenos Aires era lì pronta a rapirmi e a folgorarmi per sempre, ma io questo non potevo ancora saperlo.
All’uscita del porto uno sciame di persone mi approcciarono proponendomi tour della città e show di tango e subito mi accorsi che c’era qualcosa di familiare in tutto ciò, qualcosa che mi sembrava di aver già visto, già vissuto. Una sensazione che si riproponeva passeggiando nei barrios (quartieri) di Boca, Puerto Madeiro, Palermo, Florida o Plaza de Mayo, dove stoici e inarrendeveli picchetti rivendicano la verità storica sui Desaparesidos e sul “regime dei generali” emuli del più famoso cugino cileno Pinochet, ferita ancora incredibilmente aperta, insanabile per quel popolo.
​I colori, i suoni, il traffico, i rumori, la gente, tanta, chiacchierona, nel loro spagnolo di una musicalità inconfondibile, sempre in giro sempre insieme a condividere il mate, se a Buenos Aires dici “Graçias” loro non ti rispondono “de nada” ma “por favor” come a dirti “Non devi ringraziarmi perché io sono qui oggi per accoglierti”. L’accoglienza, ecco, l’accoglienza per lo straniero. Ma è anche la città dove, salito su un taxi, chiesi al conducente di accompagnarmi allo stadio del Boca Junior e lui si rifiutò, mi esortò, per usare un eufemismo, a scendere immediatamente dal suo taxi perché lui non accompagnava nessuno allo stadio del Boca. Mi ero avventato in un tassista tifoso del

River Plate, gli storici rivali. La contraddizione di questo popolo che mi si manifestò in tutta la sua crudezza, accoglienti e rudi, ospitali e scortesi, chiacchieroni e taciturni, passionali e freddi.
Un contrasto estremo in un caleidoscopio di forme e profumi, come i corpi dei tangeros che fuori dei bar nei loro costumi tipici, impolverati, sgualciti e lisi, si avviluppano dando vita al più sensuale dei balli, o come i venditori di empanadas che tanto mi ricordano gli omini napoletani che vendono zeppole e panzarotti con gli apecar. O le parrillas, le braci, le trovi ovunque, anche nei quartieri più poveri, e il profumo dell’asado che ti parla, ti dice “mangiami”.
Entranhas, beef de chorizo, entrecote, costillas, tutti i tagli adagiati tutti insieme sulla stessa Parrilla e i Parrilleros che ti ripetono la stessa identica cosa: “Se vuoi mangiare la carne più buona al mondo è qui”.
Andavo in giro con un ritmo forsennato, con la paura di perdermi qualcosa, quasi a voler sfruttare la città. La notte di Buenos Aires mi rendeva diverso, acquietava il mio fervore e un senso di abbandono mi guidava in uno dei tipici ristoranti di Puerto Madeiro, affacciato sul mare e baciato dalle luci della città che ti riscaldano un po’ anche l’anima.
Iniziare la cena con le entranhas (l’intestino) era d’obbligo, la croccantezza che faceva da contraltare alla sensazione di grassezza in una esplosione di sapori, un connubio perfetto, irresistibile. Poi era il turno del beef de chorizo che per la sua morbidezza ricordava la pubblicità del tonno in scatola.
​Il Malbec o anche in blend con Cabernet Sauvignon, era un balsamo, un nettare di vita, una carezza alla mia anima spossata che cercava riparo. L’alcolicità e la morbidezza dei vini argentini non pulivano soltanto il mio palato dalla grassezza della carne.
E quando ordinavo la mia crepe al dulce de leche (caramello) con la pallina di gelato dello stesso gusto afferravo quella sensazione che provavo e che non riuscivo a dire cosa fosse. Nel contrasto freddo caldo del mio dessert era chiara la consapevolezza che Buenos Aires mi stava accogliendo, coccolando, adottando, stava massaggiando il mio ego come ogni madre farebbe, ero diventato figlio suo.
Una volta un mio amico brasiliano, Paulo Jacomossi, disse:
“A conversa està boa mas eu teñho um compromisso” – il dialogo è interessante ma io ho un appuntamento.
Ecco, io avevo un appuntamento: un appuntamento con la vita, la mia vita, che mi aveva portato fin lì e che dovevo accogliere così come Buenos Aires aveva fatto con me.

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​​​​​​​​Davide Campaniello

sommelier MSC crociere

@cio.sommelier

3 risposte a Un Caleidoscopio di forme e profumi

  • Posso solo farti i miei dovuti complimenti per quanto ampiamente dimostrato in queste tue parole scritte che non fanno altro che immaginare la vera realtà di chi con tanto spirito di sacrificio vive lontano dalla famiglia e dai propri cari. Un in bocca a lupo e un abbraccio affettuoso.

    Il tuo caro amico
    Giampiero

  • Grazie Giampiero, molto gentile da parte tua, noto piacevolmente di aver riassunto con le mie parole il disagio di tanti

  • Traspare con emozione e convinzione la scelta importante della tua vita che ti ha portato a questo cambiamento lontano dagli affetti familiari. Ma e’ altrettanto evidente, singolare ed emozionante che l’amore per la tua passione ha veicolato la tua vita Professionale che sicuramente sarà piena di successi, gratificazioni e successi. A questo punto mi hai talmente incuriosito su Buenos Aires che vorrei visitarla, magari con le stesse emozioni. Ciro

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